L'autra armada

Autore
Claudio Salvagno

L’altra armata
 

Tal,
sono sicuro che la luce, il vento muto
che dall’alto di questo mattino mi guarda
mentre attraverso la prima neve
e mi cade dentro la vita
è lo stesso mattino che a soffi alza la polvere
e si infila nei tuoi capelli mentre attraversi il traffico
sotto lo sguardo dei padri persi lungo i muri
che non ripareranno gli adolescenti dai desideri di rivincita.

Sono passati quattro autunni, Tal
e un alito che stanca gli alberi e fa marcire l’erba
è risalito fino a qui
qui dove il ghiaccio fa l’acqua per tutti.
È arrivato il tempo utile
il Tempo del Colera.

No, non vedo noi diritti come ussari
a fare barriera, a far muro nella speranza
che giunga un nuovo nemico. Ancor più
non vedo noi piegati
sotto il dito di qualcuno che ci faccia sillabare
come nuovi alunni e che ci aiuti a tracciare confini
su una carta ormai troppo piccola, troppo scarabocchiata
un padrone che ci indichi qualcos’altro
che non sia una linea di confine che corre
tra la lingua e il cuore.
Noi siamo il ruggito azzurro della nuvola leone
siamo la tigre che corre nelle coniugazioni del torrente
siamo il balbettare oscuro del fogliame
l’inganno del vento d’aprile.

Noi siamo i verbaschi, siamo gli asfodeli
dentro le radure del bosco

Traduzione

L’autra armada
 

Tal,
siu segur que lo clar, l’aura muta
que da l’aut d’aquest matin me gacha
mentre traverso la prima neu
e me tomba dedins la vida
es lo mesme matin que a bufs leva la possiera
e s’enfila dins i tiei pels mentre traverses lo trafic
sota l’agach di paires perduts arlong i murs
que arpararàn ren i garrions da i desirs de arvenja.

Son passats quatre tardors, Tal
e un alen que fai guchir i àrbols e marçar l’erba
es remontat finde aicí
aicí ente lo glaç fai l’aiga per tuchi.
Es arrubat lo temps inutil
lo Temps dau Colera.

Non, veio ren nos dreits coma usoards
a far barriera, a far mur ent l’esper
qu’arrube un novel 'nemic. Tant pus
nos veio ren doblats
sot lo det de qualqu'un que nos face silabar
coma novei escoliers e que nos ajude a traçar confins
sus un papier já tròp pichòt, tròp escaraboclat
un mestre que nos mostre qualcòsa d’autre
que sie ren la reia de la desbòina que cor
entre la lenga e lo còr.
Nos, sem lo bram bloi de la niula lion
sem la tígria que cor dins la coniugacion dal bial
sem lo gargotear borre de la bronda
l’engan de l’aura d’abril.

Nos sem i levions, siem la porracha
dins i esclarzòlas dal bòsc.

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